La dissoluzione dell’apparenza
L’arte figurativa non è solo rappresentazione dei molteplici aspetti del reale, di quell’immanenza che è connaturata nelle cose. Per l’artista che la concepisce e realizza concretamente, spesso è il compimento di un viaggio tutto interiore che travalica il puro piacere estetico per indagare i territori sconfinati della Conoscenza.
Barbara Peonia appartiene a quest’ultima schiera, ovvero a coloro che non si contentano della bella esecuzione, del mero diletto visivo. Dopo aver acquisito una notevole capacità tecnica nello studio della figura, la sua attenzione si sposta verso l’evocazione del simbolico, di quel mistero che carezza le sue naturali tendenze ad un surrealismo non citazionista o di maniera ma pregno di silenzi e rimandi semiologici di sapore metafisico. Una ricerca che conduce affidandosi all’Intuizione intellettuale quale faro interiore che illumina e libera dalla razionalità, talvolta ottusa, densa di pensieri condizionati precostituiti che neppure ci appartengono nel profondo.
I ritratti – emblematici quelli della serie degli Angeli – realizzati quasi con rigore accademico nei contorni robusti e definiti, talvolta su sfondi a foglia d’oro, non si presentano come ritratti da parata o da camera, tipici della tradizione rinascimentale.
Non vi è esibizione o autocompiacimento nei soggetti.
Le figure femminili sono dinanzi a noi in una Bellezza dell’apparenza che cela le Verità della Sostanza spirituale in quell’impossibile altrove che la Mente umana fatica a concepire per un evidente limite. Esse sono e non sono. Gli sguardi ci fissano e trapassano facendoci sentire trasparenti, e forse neppure ci vedono.
Quando chiudono gli occhi, ecco, è il momento in cui le regine dei fiori dell’Anima sono in uno stato meditativo che prelude un Mondo superiore dove la Bellezza autentica è ben diversa da quella terrena. E, la tentazione dell’Oltre è sempre forte nella ricerca della Peonia, al punto che questo suo slancio di trascendenza diviene cifra stilistica immediatamente riconoscibile.
Qui troviamo momenti in cui le figure si sdoppiano e paiono dissolversi in una dimensione di assoluta evanescenza. Esse catturano il nostro sguardo facendo sorgere in noi il timore di un loro immediato svanire. È questa la pittura dell’Assenza, della rarefazione dei dettagli. Così come in precedenza il tratto era deciso e affermativo, ora tutto pare contraddire quella modalità esecutiva.
Qui l’artista vuol palesemente superare il velo delle illusioni terrene, la Maya orientale, che nasconde l’Essenza di noi stessi e di tutte le Cose. Un invito a percorrere la lunga scala evolutiva dei diversi stati di Coscienza, di cui l’esistenza terrena è solo la manifestazione grossolana. In queste dissolvenze appaiono, con naturale levità, volti del passato, reminiscenze classiche e atmosfere siderali.
Tutto pare concentrarsi in una scena, in un attimo cristallizzato che contiene in sé l’Eterno. Si aprono allora paesaggi simili ad aurore boreali e ci sembra di entrare, nelle tante sovrapposizioni, all’interno di una macchina del non-tempo dove scorgiamo i simboli universali dell’Infinito e della Sapienza tanto agognata dagli uomini di fede e di pensiero.
Come la Sfinge, testa umana e corpo di leone, simbolo di Potenza, silente testimone dell’infinito Mistero. Eppoi la clessidra, l’Aquila, l’Uovo primordiale, le perle di Energia cosmica. Oppure la Crocifissione, archetipo dell’umana sofferenza, che si intravede in un miscuglio multidimensionale.
Ci potremmo smarrire nelle dissolvenze figurazionali o negli spazi surrealistici della Peonia. Privi degli strumenti interpretativi adeguati, potremmo trovare le immagini scollegate e incomprensibili. Ma non è così.
Lo sguardo attento riesce ad intercettare le sottili connessioni tra immanenza e trascendenza, tra ciò che riguarda l’esperienza del fenomenico e ciò che lo travalica. E non è affatto strano considerare che nelle sue pitture tutti i punti, anche quelli infinitesimali, sono tra loro connessi. La Terra bacia il Cielo, il visibile incontra l’invisibile.
Se tracciassimo delle ipotetiche linee di congiunzione potremmo scoprire con meraviglia che ogni cosa, ogni elemento evocato, è direttamente collegato agli altri, e che l’insieme ha un Senso, una direzione.
In altre parole, siamo molto più di ciò che crediamo di essere.
E ciò che noi chiamiamo Tutto, come scriveva Aristotele, è sempre maggiore della somma delle sue singole parti.